Errore diagnostico e diagnosi tardiva: quando spetta il risarcimento

Diagnosi mancata, sbagliata o arrivata tardi: quando l’errore diagnostico è risarcibile, come si prova il collegamento con il danno e quali voci spettano.

6 min di lettura

Errore diagnostico e diagnosi tardiva: quando spetta il risarcimento

L’errore diagnostico dà diritto al risarcimento quando il medico non riconosce, riconosce in modo sbagliato o riconosce in ritardo una malattia che, con la diligenza richiesta, avrebbe potuto individuare, e quando da questo errore deriva un danno per il paziente. Non basta, quindi, che la diagnosi sia stata sbagliata: bisogna dimostrare che una diagnosi corretta e tempestiva avrebbe cambiato le cose.

È una delle contestazioni più frequenti nella responsabilità sanitaria, e anche una delle più delicate, perché riguarda ciò che sarebbe potuto accadere e non è accaduto. Qui vediamo quando c’è errore, cosa va provato, quali danni si possono chiedere e cosa fare in pratica.

In breve

  • La diagnosi può essere omessa (la malattia non viene riconosciuta), errata (viene scambiata per un’altra) o tardiva (arriva quando le possibilità di cura si sono ridotte).
  • Della diagnosi sbagliata in ospedale o in clinica risponde la struttura a titolo contrattuale (art. 7 della legge 24/2017, che richiama gli artt. 1218 e 1228 c.c.).
  • Il paziente deve provare che il ritardo ha causato o aggravato il danno, secondo il criterio del «più probabile che non».
  • Se questa prova non riesce, può restare risarcibile la perdita di una possibilità seria e concreta di guarire o di vivere più a lungo.

Quando la diagnosi sbagliata o tardiva è un errore medico?

La medicina non è una scienza esatta, e una diagnosi difficile non è per forza una diagnosi sbagliata. Il medico è tenuto a comportarsi con la diligenza professionale richiesta e ad attenersi alle linee guida o, in mancanza, alle buone pratiche clinico-assistenziali (art. 5 della legge Gelli-Bianco, legge 8 marzo 2017, n. 24). L’errore c’è quando, davanti ai sintomi e ai dati disponibili, un medico diligente avrebbe formulato un’ipotesi diversa o avrebbe approfondito.

Le situazioni che si incontrano più spesso sono queste:

  • esami non prescritti: sintomi di allarme non seguiti da accertamenti (un’ecografia, una TAC, un esame del sangue) che avrebbero chiarito il quadro;
  • referti letti male: una lesione visibile in una radiografia o in una mammografia che non viene segnalata, oppure un esame istologico interpretato in modo errato;
  • risultati non seguiti: un esame che indica un problema, ma a cui non segue alcun controllo;
  • sintomi sottovalutati: il paziente viene rassicurato e rimandato a casa senza una valutazione adeguata, come accade talvolta al pronto soccorso.

Il campo più delicato è quello oncologico: il ritardo nella diagnosi di un tumore può incidere sulle cure possibili e, nei casi più gravi, sulla sopravvivenza. Anche nei programmi di screening (mammografia, pap test, ricerca del sangue occulto nelle feci), gestiti in Sicilia dalle ASP, un esame letto in modo errato o un richiamo mancato possono essere fonte di responsabilità: ma serve sempre verificare che l’anomalia fosse davvero riconoscibile in quel momento.

Chi risponde dell’errore diagnostico?

Se l’errore avviene in un ospedale o in una clinica, pubblici o privati, risponde la struttura, che deve provare di aver agito correttamente o che il danno dipende da una causa a lei non imputabile. Il medico dipendente risponde invece a titolo extracontrattuale (art. 2043 c.c.), con una prova più gravosa per il paziente. Per chi ha subito l’errore dal proprio medico di famiglia valgono le regole spiegate nell’articolo sulla responsabilità del medico di base, che coinvolgono anche l’ASP.

Spesso la diagnosi passa per più mani: il medico che prescrive, il radiologo che referta, lo specialista che legge i risultati. In questi casi la consulenza medico-legale serve anche a capire in quale passaggio si è verificato l’errore, e quindi a chi rivolgere la richiesta.

Cosa bisogna provare: il nesso causale

Il nesso causale è il collegamento tra l’errore e il danno. Nella diagnosi tardiva la domanda è: se la malattia fosse stata riconosciuta in tempo, il paziente sarebbe guarito, avrebbe avuto cure meno pesanti o sarebbe vissuto più a lungo? Secondo l’orientamento consolidato della Cassazione, nel processo civile la risposta deve essere positiva secondo il criterio del «più probabile che non», cioè con una probabilità superiore a quella contraria, alla luce di tutti gli elementi del caso.

La prova del nesso spetta al paziente. Alla struttura spetta poi dimostrare di aver adempiuto correttamente o che il danno dipende da una causa imprevedibile e inevitabile. Una cartella incompleta, che impedisce di ricostruire quali esami sono stati fatti e quando, secondo la giurisprudenza non può andare a danno del paziente: per questo è importante ottenere subito la cartella clinica e tutti i referti.

Quando la malattia avrebbe avuto comunque un esito sfavorevole e non si può dire che la diagnosi tempestiva lo avrebbe evitato «più probabilmente che no», la domanda non cade necessariamente. Può essere risarcita la perdita di chance, cioè della possibilità, seria e apprezzabile anche se incerta, di un risultato migliore.

Quali danni si possono chiedere per una diagnosi tardiva?

Il danno da ritardo diagnostico può assumere forme diverse, che la consulenza medico-legale deve distinguere con attenzione:

  • aggravamento della malattia: il danno biologico in più rispetto a quello che si sarebbe avuto con una diagnosi tempestiva (per una prima stima si può usare il calcolo del danno biologico);
  • cure più invasive: interventi, terapie e sofferenze che una diagnosi precoce avrebbe evitato, oltre alle spese mediche sostenute;
  • morte anticipata: quando il ritardo ha accorciato la vita del paziente, il danno si trasmette agli eredi e si affianca al danno proprio dei familiari;
  • lesione dell’autodeterminazione: anche davanti a una malattia comunque incurabile, la Cassazione (Cass. civ., sez. III, n. 7260 del 2018) ha riconosciuto il danno per la perdita della possibilità di scegliere come affrontare l’ultima fase della vita, per esempio con cure palliative.

Le voci patrimoniali, come le spese sanitarie e la perdita di reddito, vanno documentate. Le voci non patrimoniali si liquidano con le tabelle previste per la responsabilità sanitaria (art. 7, comma 4, della legge 24/2017) o, per le voci che non vi rientrano, in via equitativa.

Cosa fare se si sospetta una diagnosi sbagliata?

  1. Raccogli tutta la documentazione: cartelle, referti, immagini diagnostiche su supporto digitale, prescrizioni e, soprattutto, gli esami successivi che hanno portato alla diagnosi corretta.
  2. Ricostruisci la cronologia: date delle visite, sintomi riferiti, risposte ricevute. Nella diagnosi tardiva il tempo è l’elemento decisivo.
  3. Chiedi una valutazione medico-legale, se serve con uno specialista della patologia (oncologo, radiologo, cardiologo): dirà se l’errore c’è stato e quanto ha pesato.
  4. Segui la procedura della legge Gelli-Bianco: richiesta scritta di risarcimento, tentativo obbligatorio di conciliazione e, se non c’è accordo, causa. I passaggi sono descritti nella guida su come chiedere il risarcimento per malasanità.

Domande frequenti

Se il tumore era già inguaribile, si può chiedere il risarcimento per la diagnosi tardiva?

Sì, in alcuni casi. Anche quando l’esito non sarebbe cambiato, possono essere risarciti la morte anticipata, le sofferenze evitabili e la perdita della possibilità di scegliere come affrontare la malattia. Serve una valutazione medico-legale caso per caso.

Il medico che non ha prescritto un esame è sempre responsabile?

No. Lo è se, davanti ai sintomi presentati, le linee guida o la buona pratica clinica indicavano quell’accertamento e se l’esame avrebbe probabilmente permesso di cogliere la malattia. Non ogni esame possibile è anche doveroso.

Serve una denuncia penale per ottenere il risarcimento?

No. La richiesta di risarcimento è autonoma e segue le regole civili, più favorevoli al paziente. La via penale ha presupposti propri e va valutata solo nei casi più gravi.

Ogni caso di diagnosi mancata o tardiva richiede un esame attento della documentazione e il parere di un medico legale prima di qualsiasi iniziativa. Se ritieni che un ritardo diagnostico abbia inciso sulla tua salute o su quella di un familiare, puoi chiedere una valutazione del caso allo studio, che riceve a Palermo e a Mussomeli: trovi i riferimenti nella pagina sedi e contatti.

Assistenza legale

Ogni caso ha le sue particolarità

Un articolo offre un orientamento generale. Per sapere come le norme si applicano alla tua situazione, lo studio esamina fatti e documenti e ti indica le strade percorribili, con tempi e costi.