Sepsi non riconosciuta in tempo: responsabilità e risarcimento

La sepsi riconosciuta tardi è una delle cause più gravi di danno in ospedale: obblighi di riconoscimento precoce, differenza con l’infezione ospedaliera e prove.

5 min di lettura

Sepsi non riconosciuta in tempo: responsabilità e risarcimento

Una sepsi non riconosciuta in tempo dà diritto al risarcimento quando i sanitari, davanti a segni di infezione con peggioramento delle condizioni generali, non applicano i protocolli di riconoscimento precoce e ritardano le cure, e quando un intervento tempestivo avrebbe più probabilmente evitato la morte o i danni agli organi. Anche qui, come in ogni diagnosi tardiva, serve dimostrare che il quadro era riconoscibile e che il tempo perso ha inciso.

La sepsi è una condizione grave in cui la risposta dell’organismo a un’infezione diventa disordinata e finisce per danneggiare gli organi. Può nascere da un’infezione comune, contratta a casa o in ospedale. Vediamo quali obblighi gravano sulle strutture, quali errori si contestano, come si distingue dall’infezione ospedaliera e cosa fare.

In breve

  • La sepsi è una disfunzione degli organi causata da una risposta alterata dell’organismo a un’infezione, secondo la definizione internazionale adottata nel 2016.
  • Con la risoluzione WHA70.7 del 2017 l’Assemblea mondiale della sanità ha chiesto agli Stati di migliorare prevenzione, riconoscimento precoce e cura della sepsi.
  • Della sepsi non riconosciuta in ospedale risponde la struttura a titolo contrattuale (art. 7 della legge 24/2017).
  • La responsabilità per il ritardo nel riconoscerla è diversa da quella per aver causato l’infezione, e le due vanno valutate separatamente.

Perché la sepsi è considerata un’emergenza tempo-dipendente?

Come l’infarto e l’ictus, la sepsi peggiora con il passare delle ore: la rapidità con cui viene riconosciuta e trattata incide sulla sopravvivenza. Per questo l’Organizzazione mondiale della sanità, con la risoluzione WHA70.7 approvata nel maggio 2017, ha chiesto agli Stati un approccio integrato che comprenda il riconoscimento precoce, la diagnosi di laboratorio e l’accesso tempestivo alle cure, comprese quelle intensive.

In Italia non esiste una legge specifica sulla sepsi: gli obblighi derivano dalle linee guida delle società scientifiche e dai protocolli adottati dalle Regioni e dalle singole aziende sanitarie. Molti ospedali utilizzano scale di allerta precoce, cioè punteggi calcolati sui parametri vitali che segnalano al personale il peggioramento del paziente e impongono di chiamare il medico. Questi documenti interni, se esistono, sono un riferimento importante per valutare la condotta dei sanitari.

Quali errori si contestano più spesso?

Le contestazioni ricorrenti riguardano:

  • parametri non rilevati o non letti: febbre, frequenza respiratoria, pressione e stato di coscienza non misurati con la frequenza dovuta, o misurati senza che nessuno ne tragga conseguenze;
  • segnali attribuiti ad altro: confusione mentale in un anziano scambiata per demenza, febbre post-operatoria considerata normale senza approfondimenti;
  • ritardo negli esami e nella terapia: esami del sangue e colture richiesti tardi, terapia antibiotica avviata con ritardo o non adeguata;
  • mancata escalation: il paziente peggiora in reparto ma il trasferimento in terapia intensiva o la consulenza del rianimatore arrivano tardi;
  • dimissione prematura: il paziente viene mandato a casa con un’infezione in evoluzione.

Molti di questi passaggi coinvolgono il personale infermieristico, che rileva i parametri e deve segnalare il peggioramento: i suoi obblighi sono descritti nell’articolo sulla responsabilità dell’infermiere. Sulle dimissioni premature si veda la guida sulle dimissioni dall’ospedale.

Sepsi e infezione ospedaliera: che differenza c’è?

Sono due profili distinti, che spesso convivono. Il primo riguarda l’origine dell’infezione: se è stata contratta in ospedale, la struttura deve dimostrare di aver adottato tutte le misure di prevenzione, come spiegato nell’articolo sulle infezioni ospedaliere. Il secondo riguarda la gestione: anche un’infezione non evitabile, o contratta fuori dall’ospedale, deve essere riconosciuta e curata in tempo.

Ne deriva che la responsabilità può esserci anche se l’infezione non era prevenibile, quando il ritardo nel riconoscerne l’evoluzione in sepsi ha aggravato le conseguenze. Viceversa, una sepsi riconosciuta e trattata correttamente può non dare luogo a responsabilità per la gestione, pur restando da valutare l’origine dell’infezione.

Chi risponde e come si prova il nesso causale?

Se la sepsi insorge o viene gestita in ospedale o in una clinica, il paziente può rivolgersi alla struttura, che risponde a titolo contrattuale anche per l’operato di medici e infermieri (artt. 1218 e 1228 c.c., richiamati dall’art. 7 della legge Gelli-Bianco). Al paziente spetta provare il danno e il collegamento con la condotta; alla struttura dimostrare di aver agito correttamente.

La prova del nesso richiede la ricostruzione, ora per ora, dei parametri annotati in cartella, delle richieste di esami e dell’avvio della terapia. Il consulente, spesso un infettivologo o un rianimatore affiancato al medico legale, deve stabilire se un trattamento tempestivo avrebbe cambiato l’esito. Se la risposta non raggiunge la soglia del «più probabile che non», può restare risarcibile la perdita di chance di sopravvivenza o di guarigione. I principi generali sono quelli dell’errore diagnostico.

Cosa fare in pratica?

  1. Chiedere la cartella clinica completa, comprese la grafica dei parametri vitali, il diario infermieristico, le schede di terapia e i referti microbiologici.
  2. Verificare se la struttura ha un protocollo sulla sepsi o sulle scale di allerta precoce, che può essere richiesto con l’accesso agli atti.
  3. Annotare la cronologia vissuta: quando sono comparsi febbre o confusione, a chi è stato segnalato, cosa è stato risposto.
  4. Affidarsi a una valutazione medico-legale prima di avviare il percorso previsto dalla legge 24/2017.

Nessuna di queste indicazioni è un consiglio medico: davanti a sintomi che preoccupano bisogna rivolgersi subito al medico o ai servizi di emergenza. Una forma particolare di infezione grave, nel bambino, è trattata nell’articolo sulla meningite non diagnosticata.

Domande frequenti

Mio padre è morto di sepsi dopo un intervento riuscito: c’è responsabilità?

Dipende da due verifiche: se l’infezione poteva essere prevenuta e se la sepsi è stata riconosciuta e trattata in tempo. Basta che una delle due dia esito negativo per la struttura perché la responsabilità sia possibile.

La febbre era stata segnalata più volte agli infermieri: conta?

Sì. Le segnalazioni dei familiari e le annotazioni in cartella aiutano a ricostruire quando il quadro era riconoscibile. È utile metterle per iscritto subito, con date e orari.

Si può agire anche se la sepsi è nata da un’infezione presa a casa?

Sì, se in pronto soccorso o in reparto la sepsi non è stata riconosciuta o è stata trattata in ritardo. In questo caso si contesta la gestione, non l’origine dell’infezione.

Le cause per sepsi richiedono una ricostruzione minuziosa della cartella e un parere medico-legale qualificato prima di qualsiasi iniziativa. Se ritieni che una sepsi non riconosciuta in tempo abbia causato un danno a te o a un familiare, puoi chiedere una valutazione allo studio, che riceve a Palermo e a Mussomeli: i riferimenti sono nella pagina sedi e contatti.

Assistenza legale

Ogni caso ha le sue particolarità

Un articolo offre un orientamento generale. Per sapere come le norme si applicano alla tua situazione, lo studio esamina fatti e documenti e ti indica le strade percorribili, con tempi e costi.