Infarto non diagnosticato: dolore al petto sottovalutato

Dolore toracico sottovalutato e infarto non riconosciuto: chi risponde tra medico di famiglia, pronto soccorso e ospedale e cosa serve per il risarcimento.

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Infarto non diagnosticato: dolore al petto sottovalutato

Un infarto non diagnosticato dà diritto al risarcimento quando il medico, davanti a un dolore toracico o ad altri sintomi compatibili, non esegue gli accertamenti previsti dalle linee guida o li interpreta in modo errato, e quando una diagnosi tempestiva avrebbe più probabilmente evitato la morte o ridotto il danno al cuore. Il semplice fatto che l’infarto non sia stato riconosciuto non basta: serve dimostrare che era riconoscibile e che il ritardo ha pesato.

Il dolore al petto è uno dei sintomi più frequenti negli ambulatori e nei pronto soccorso, e nella maggior parte dei casi non dipende dal cuore. Proprio per questo i protocolli impongono di escludere le cause gravi prima di rassicurare il paziente. Vediamo dove si annidano gli errori, chi ne risponde e come si costruisce la richiesta.

In breve

  • L’infarto è una patologia tempo-dipendente: il d.m. 70/2015 impone alle Regioni una rete per l’infarto, con centri dotati di emodinamica collegati al 118 e agli ospedali del territorio.
  • Davanti a un dolore toracico le linee guida prevedono accertamenti mirati, come l’elettrocardiogramma e il dosaggio dei marcatori nel sangue, anche ripetuti nel tempo.
  • Della diagnosi mancata in ospedale risponde la struttura (art. 7 della legge 24/2017); del medico di famiglia rispondono il medico e l’ASP.
  • Il risarcimento richiede la prova, con il criterio del «più probabile che non», che la diagnosi corretta avrebbe cambiato l’esito.

Perché l’infarto sfugge alla diagnosi?

L’infarto non si presenta sempre con il classico dolore al centro del petto che si irradia al braccio sinistro. In alcuni pazienti, per esempio nelle donne, negli anziani e nei diabetici, può manifestarsi con sintomi sfumati: dolore allo stomaco, mancanza di fiato, nausea, sudorazione, malessere generale. Inoltre un primo elettrocardiogramma normale non esclude l’infarto: per questo la buona pratica prevede, quando il sospetto resta, controlli ripetuti e un periodo di osservazione.

L’errore, quindi, non sta nel non aver indovinato la diagnosi alla prima occhiata, ma nel non aver seguito il percorso che consente di escluderla. È questa la chiave con cui il giudice e il consulente valutano il comportamento dei sanitari, alla luce delle linee guida richiamate dall’art. 5 della legge Gelli-Bianco, di cui parla l’articolo su linee guida e buone pratiche.

Dove avvengono gli errori più frequenti?

Il dolore toracico passa spesso per più mani, e ogni passaggio ha obblighi propri:

  • medico di famiglia o guardia medica: il paziente riferisce il dolore per telefono o in ambulatorio e riceve una terapia per lo stomaco o un antidolorifico senza essere indirizzato al pronto soccorso;
  • 118: la chiamata viene classificata come poco urgente, oppure l’elettrocardiogramma eseguito sul posto non viene trasmesso o valutato;
  • pronto soccorso: il paziente viene dimesso dopo un solo tracciato o un solo prelievo, senza attendere i controlli previsti;
  • reparto: un paziente già ricoverato per altro presenta sintomi cardiaci che non vengono approfonditi.

Per i ritardi nei soccorsi si rinvia all’articolo sul ritardo dell’ambulanza e del 118; per l’errore del medico convenzionato, alle regole sulla responsabilità del medico di base, che coinvolgono anche l’ASP.

Chi risponde e cosa bisogna provare?

Se l’errore avviene in ospedale o in una clinica accreditata, risponde la struttura a titolo contrattuale, anche per l’operato di medici non dipendenti (art. 7, comma 1, della legge 24/2017). Il paziente o i familiari devono provare il danno e il collegamento con la condotta dei sanitari; la struttura deve poi dimostrare di aver agito correttamente o che il danno dipende da una causa a lei non imputabile.

Nell’infarto la prova del nesso causale ruota intorno a una domanda precisa: se il paziente fosse stato indirizzato subito al centro della rete, la riapertura dell’arteria (con angioplastica o con farmaci) avrebbe salvato la vita o preservato una parte del muscolo cardiaco? La risposta richiede un cardiologo accanto al medico legale. I principi generali, comuni a ogni diagnosi tardiva, sono quelli illustrati nell’articolo sull’errore diagnostico.

Quali documenti servono e cosa fare?

  1. Tutti i tracciati elettrocardiografici, con data e ora, compresi quelli eseguiti dal 118 o dal medico di famiglia.
  2. I referti degli esami del sangue con l’orario dei prelievi: nel dolore toracico la sequenza dei valori è spesso decisiva.
  3. Verbale di pronto soccorso e lettera di dimissione, che indicano cosa è stato escluso e con quali indicazioni il paziente è stato mandato a casa.
  4. Una valutazione medico-legale con un cardiologo, prima di qualsiasi richiesta.
  5. Il percorso della legge Gelli-Bianco: richiesta scritta, conciliazione obbligatoria e, se serve, causa.

Quando il ritardo ha causato la morte, i familiari possono chiedere sia il danno subito dal congiunto sia il proprio, come spiegato nell’articolo sulla morte del paziente per malasanità. Le stesse logiche delle reti tempo-dipendenti valgono per l’ictus non riconosciuto.

Un avvertimento importante: queste pagine non sostituiscono il parere del medico. Chi avverte un dolore al petto o sintomi che lo preoccupano deve rivolgersi subito ai servizi di emergenza.

Domande frequenti

Al pronto soccorso l’elettrocardiogramma era normale e mi hanno dimesso: è un errore?

Non necessariamente. Lo diventa se, per i sintomi e i fattori di rischio presenti, la buona pratica imponeva controlli ripetuti o un periodo di osservazione che non sono stati eseguiti. La valutazione va fatta sul verbale, non con il senno di poi.

Il medico al telefono mi ha detto che era gastrite: può essere responsabile?

Sì, se i sintomi riferiti dovevano indurlo a sospettare una causa cardiaca e a indirizzare il paziente al pronto soccorso. Conta ciò che è stato detto, per questo è utile ricostruire subito la telefonata e gli eventuali testimoni.

L’infarto ha lasciato un cuore più debole: quale danno si risarcisce?

Si risarcisce il danno in più rispetto a quello che si sarebbe avuto con una diagnosi tempestiva: la parte di funzione cardiaca persa a causa del ritardo, con le sue conseguenze sulla vita quotidiana e lavorativa, oltre alle spese documentate.

Ogni caso di dolore toracico sottovalutato richiede l’esame dei tracciati, degli orari e un parere medico-legale prima di qualsiasi iniziativa. Se ritieni che un infarto non riconosciuto in tempo abbia causato un danno a te o a un familiare, puoi chiedere una valutazione allo studio, che riceve a Palermo e a Mussomeli: i riferimenti sono nella pagina sedi e contatti.

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