La minaccia è il reato di chi prospetta a un’altra persona un male ingiusto che dipende dalla propria volontà, come «ti rompo la faccia» o «ti brucio la macchina»: è punita con la multa fino a 1.032 euro e, se grave, con la reclusione fino a un anno (art. 612 c.p.). Di regola si procede solo con la querela della vittima; si procede d’ufficio se la minaccia è fatta con armi, da più persone riunite, con scritto anonimo o negli altri modi dell’art. 339 c.p., oppure se la vittima è incapace per età o infermità.
Il mezzo non conta: anche un messaggio su WhatsApp o un commento sui social può integrare il reato. Vediamo quando una frase diventa minaccia, cosa cambia rispetto all’ingiuria, all’estorsione e allo stalking, come si raccolgono le prove e cosa si rischia.
In breve
- La minaccia semplice è punita con la multa fino a 1.032 euro ed è di competenza del Giudice di pace; quella grave con la reclusione fino a un anno (art. 612 c.p.).
- Serve la querela entro tre mesi, salvo minaccia con armi, da persona travisata, da più persone riunite, con scritto anonimo o in modo simbolico, minaccia grave con aggravanti a effetto speciale o contro persona incapace.
- Non serve che la vittima si sia davvero spaventata: basta che la frase sia idonea a intimidire.
- Se le minacce si ripetono e cambiano la vita della vittima si può configurare lo stalking (art. 612-bis c.p.), punito molto più severamente.
Quando una frase diventa minaccia?
La minaccia consiste nel prospettare un danno ingiusto alla persona, ai suoi beni o ai suoi familiari, un danno che dipende da chi parla. Può essere esplicita o implicita, a voce, per iscritto, con gesti. Non è minaccia annunciare l’esercizio di un diritto, come «se non paghi ti faccio causa», perché il danno prospettato non è ingiusto.
Secondo l’orientamento consolidato della Cassazione è un reato di pericolo: non occorre che la vittima si sia davvero intimorita, basta che la frase, nel contesto in cui è stata pronunciata, sia idonea a turbarne la tranquillità. Il giudice valuta le parole, il tono, i rapporti tra le persone e le circostanze. Espressioni scomposte dette in un litigio, senza alcuna serietà, possono restare fuori dal reato; lo stesso vale per le frasi chiaramente scherzose.
Minaccia semplice o grave: cosa si rischia?
La minaccia semplice è punita con la multa fino a 1.032 euro ed è giudicata dal Giudice di pace (D.Lgs. 274/2000), che può anche dichiarare estinto il reato se il danno è riparato. La minaccia grave è punita con la reclusione fino a un anno ed è giudicata dal tribunale. La gravità dipende dall’entità del male prospettato e dal turbamento che la frase può produrre: minacce di morte o di gravi lesioni, rese credibili dalle circostanze o dalla personalità di chi le pronuncia, sono in genere considerate gravi.
La reclusione fino a un anno si applica anche quando la minaccia è fatta in uno dei modi dell’art. 339 c.p.: con armi, da persona travisata, da più persone riunite, con scritto anonimo, in modo simbolico, durante manifestazioni in luogo pubblico o sfruttando la forza intimidatrice di associazioni segrete.
Serve la querela?
Sì, di regola. La minaccia è procedibile a querela, da presentare entro tre mesi dal giorno in cui si è avuta notizia del fatto (art. 124 c.p.); come si fa lo spieghiamo nella guida su querela e denuncia. Si procede d’ufficio soltanto in tre casi (art. 612, terzo comma, c.p.):
- se la minaccia è fatta in uno dei modi dell’art. 339 c.p., per esempio con un coltello in mano o con una lettera anonima;
- se è grave e ricorrono aggravanti a effetto speciale diverse dalla recidiva, come il metodo mafioso;
- se la vittima è incapace per età o per infermità.
Per chi è accusato, nei casi procedibili a querela il procedimento può chiudersi con la remissione accettata, con il risarcimento integrale del danno (art. 162-ter c.p.) o, per i fatti di minima offensività, con la particolare tenuità del fatto. Può essere utile anche un percorso di giustizia riparativa, se entrambe le parti lo accettano.
Minacce via WhatsApp e social: come si provano?
Le minacce inviate con messaggi, email, vocali o commenti sui social sono minacce a tutti gli effetti. Scritte o registrate, sono anche le più facili da provare. Ecco cosa fare:
- Non cancellare nulla e non rispondere con altre minacce o insulti.
- Salvare gli screenshot con data, ora e numero o profilo del mittente, e conservare il telefono: in caso di contestazione può essere necessario un esame tecnico del dispositivo. Il valore probatorio degli screenshot è spiegato nella guida sugli screenshot delle chat.
- Annotare i testimoni delle minacce fatte a voce.
- Presentare querela allegando il materiale raccolto.
Se le minacce sono continue, provocano ansia o paura, o costringono a cambiare abitudini, si esce dalla semplice minaccia: si tratta di atti persecutori, con pene da uno a sei anni e sei mesi e misure di protezione specifiche. Ne parliamo nella guida sullo stalking.
Che differenza c’è con ingiuria, violenza privata ed estorsione?
L’ingiuria, cioè l’offesa rivolta direttamente alla persona («sei un ladro»), non è più reato dal 2016: è un illecito civile che dà diritto al risarcimento e comporta una sanzione pecuniaria civile da 100 a 8.000 euro (D.Lgs. 7/2016). Se nella stessa frase c’è anche la prospettazione di un male, si configura la minaccia.
La violenza privata (art. 610 c.p.) c’è quando la minaccia serve a costringere qualcuno a fare, tollerare od omettere qualcosa, come lasciare un posto o ritirare una denuncia: la pena arriva a quattro anni. Se lo scopo è procurarsi un ingiusto profitto, per esempio farsi consegnare del denaro, si tratta di estorsione (art. 629 c.p.), punita con la reclusione da cinque a dieci anni e la multa da 1.000 a 4.000 euro e sempre procedibile d’ufficio.
Domande frequenti
«Te la faccio pagare» è una minaccia?
Dipende dal contesto. La frase è generica, ma se accompagnata da gesti, precedenti o circostanze che la rendono credibile come promessa di un danno, i giudici la considerano spesso idonea a intimidire. Se si riferisce a una causa o a una denuncia, non è reato.
Si può querelare per una minaccia ricevuta tramite un amico comune?
Sì, secondo la giurisprudenza la minaccia può essere rivolta anche in modo indiretto, purché l’autore voglia che giunga alla vittima o accetti che ci arrivi. Il termine di tre mesi decorre da quando la vittima ne viene a conoscenza.
Se ritiro la querela il processo si ferma?
Sì, nei casi procedibili a querela la remissione accettata dal querelato estingue il reato. Non vale per le minacce procedibili d’ufficio, per esempio quelle fatte con armi o da più persone riunite.
La differenza tra una frase sgradevole e un reato si coglie solo esaminando parole, contesto e prove. Per una valutazione del vostro caso, sia come persona offesa sia come persona accusata, potete contattarci. Le questioni penali sono seguite con la collaborazione dell’Avv. Claudio Nigrelli.



