Una complicanza è un evento avverso che la medicina conosce come possibile; un errore è una condotta che si discosta da quella dovuta. Sul piano giuridico, però, la Cassazione ritiene che la parola «complicanza» non decida nulla: conta solo se l’evento era prevedibile ed evitabile con la diligenza richiesta, nel qual caso la struttura ne risponde, oppure no.
In questo articolo si vede cosa dice la giurisprudenza, quali domande pone in concreto il consulente medico-legale, perché anche una complicanza inevitabile può dare luogo a un danno e cosa fare quando la struttura risponde che «si è trattato di una complicanza».
In breve
- Per la Cassazione (sentenza n. 13328 del 2015) la nozione medica di complicanza è priva di rilievo giuridico: l’evento è o prevedibile ed evitabile, o non imputabile.
- Il paziente prova il danno e il suo collegamento con la cura; la struttura prova che l’evento dipendeva da una causa imprevedibile e inevitabile (Cass. n. 18392 del 2017).
- La frequenza statistica di un evento non basta a escludere la responsabilità.
- Anche una complicanza inevitabile può dare diritto al risarcimento se il paziente non ne era stato informato o se è stata gestita male.
Cosa dice la Cassazione sulla complicanza?
In medicina si chiama complicanza un evento sfavorevole che può insorgere durante o dopo una cura, descritto in letteratura con una certa frequenza. Le strutture sanitarie e le assicurazioni la richiamano spesso per sostenere che il danno non dipende da un errore.
Con la sentenza n. 13328 del 30 giugno 2015 la Cassazione ha chiarito che questa categoria non ha valore sul piano giuridico. Il peggioramento del paziente rientra sempre in una di due ipotesi: o era prevedibile ed evitabile, e allora è imputabile a colpa; oppure non lo era, e allora costituisce una causa non imputabile che esclude la responsabilità. Dimostrare che l’evento compare nelle statistiche come complicanza non basta a liberare la struttura.
La stessa impostazione è stata ripresa in decisioni successive e vale per ogni area della medicina, dalla chirurgia all’endoscopia, dall’anestesia alla terapia farmacologica.
Chi deve provare cosa?
La struttura risponde a titolo contrattuale (art. 1218 c.c. e art. 7 della legge 24/2017). Secondo l’orientamento consolidato della Cassazione, la prova si divide in due fasi:
- Il paziente deve provare il danno e il collegamento con la cura, secondo il criterio del «più probabile che non».
- La struttura deve poi dimostrare di aver agito correttamente, oppure che l’evento è dipeso da una causa imprevedibile e inevitabile.
Se la causa del danno resta del tutto incerta, la domanda del paziente non è accolta. La cartella clinica ha qui un ruolo centrale: secondo l’orientamento della Cassazione, le sue lacune non possono andare a danno del paziente. Il riparto della prova è spiegato nell’articolo sull’onere della prova nella malasanità, il criterio di probabilità in quello sul nesso causale.
Quali domande pone il consulente medico-legale?
Davanti a un evento avverso, il consulente nominato dal giudice, che nelle cause sanitarie è un collegio composto da un medico legale e da almeno un esperto della disciplina (art. 15 della legge 24/2017), ricostruisce di solito quattro passaggi:
- Indicazione: la cura o l’intervento erano necessari e appropriati al caso?
- Esecuzione: la tecnica è stata quella raccomandata dalle linee guida e dalle buone pratiche?
- Riconoscimento: l’evento avverso è stato individuato in tempo, interpretando i segni che si presentavano?
- Gestione: una volta riconosciuto, è stato trattato in modo corretto e tempestivo?
Un errore in uno qualsiasi di questi passaggi può fondare la responsabilità, anche se l’evento iniziale era una complicanza nota. Spesso, ad esempio, il sanguinamento o l’infezione erano inevitabili, ma il ritardo nel riconoscerli non lo era. Il funzionamento della consulenza è descritto nell’articolo sulla consulenza tecnica d’ufficio nelle cause di malasanità.
Una complicanza inevitabile può essere risarcita?
Sì, in due casi. Il primo riguarda l’informazione: il paziente deve conoscere prima i rischi significativi della cura (legge 219/2017). Se una complicanza seria non era stata spiegata, può esserci un danno da lesione del diritto di scegliere, anche se l’intervento è stato eseguito in modo impeccabile. Il paziente deve però dimostrare che, informato, avrebbe rinunciato o scelto diversamente: il tema è approfondito nell’articolo sul consenso informato mancante.
Il secondo riguarda la gestione: una complicanza inevitabile all’inizio può avere conseguenze aggravate da un trattamento tardivo o sbagliato. In questo caso è risarcibile il danno aggiuntivo, cioè la differenza tra ciò che è accaduto e ciò che una gestione corretta avrebbe prodotto.
Cosa fare se la struttura parla di complicanza?
La risposta «si è trattato di una complicanza», in una lettera o nella cartella, non chiude la questione. Prima di decidere è utile:
- chiedere la cartella clinica completa, compreso il modulo di consenso;
- far leggere la documentazione a un medico legale e a un medico della disciplina interessata;
- verificare i quattro passaggi: indicazione, esecuzione, riconoscimento, gestione;
- valutare l’informazione ricevuta prima della cura.
Se la valutazione è favorevole, si segue la procedura descritta nella guida su come chiedere il risarcimento per malasanità. Per gli interventi chirurgici ed estetici si veda anche l’articolo sull’errore chirurgico.
Domande frequenti
L’assicurazione dice che è una complicanza: devo rinunciare?
No. È una valutazione di parte. Va verificata con un medico legale, alla luce dei criteri della Cassazione: prevedibilità, evitabilità e gestione dell’evento.
La complicanza era scritta nel modulo di consenso: ho perso ogni diritto?
No. Il modulo dimostra, al massimo, che il rischio era stato indicato. Non copre un errore nell’esecuzione o un ritardo nel riconoscere e trattare l’evento.
Se la complicanza è molto rara la struttura è sempre esente?
No. La rarità può rendere l’evento meno prevedibile, ma non basta da sola. Conta se, nel caso concreto, i segni c’erano e se la condotta è stata corretta.
Distinguere una complicanza da un errore richiede sempre una lettura tecnica della documentazione. Per una prima valutazione è possibile contattare lo studio a Palermo o a Mussomeli.



