Trombosi ed embolia dopo un intervento: la mancata profilassi

Trombosi ed embolia dopo un intervento: quando la profilassi mancata, insufficiente o interrotta è un errore, chi risponde tra ospedale e medici e cosa provare.

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Trombosi ed embolia dopo un intervento: la mancata profilassi

Una trombosi venosa o un’embolia polmonare dopo un intervento comportano responsabilità quando la prevenzione prevista dalle linee guida è mancata, è stata insufficiente o è stata interrotta troppo presto, oppure quando i sintomi non sono stati riconosciuti in tempo. Se invece la profilassi è stata impostata e seguita correttamente, l’evento può verificarsi comunque e di regola non è risarcibile.

In questo articolo si vede cos’è la profilassi antitrombotica, quando la sua mancanza è un errore, chi risponde tra ospedale, medici e infermieri, come si prova il collegamento con il danno e cosa fare.

In breve

  • La profilassi antitrombotica comprende farmaci anticoagulanti, mezzi meccanici come le calze elastiche e la mobilizzazione precoce, decisi dopo una valutazione del rischio del singolo paziente.
  • La valutazione del rischio e le misure adottate devono risultare dalla cartella clinica.
  • La struttura risponde a titolo contrattuale delle omissioni di medici e infermieri (art. 7, comma 1, della legge 24/2017).
  • Il paziente deve provare che, più probabilmente che no, una profilassi corretta avrebbe evitato o ridotto il danno.

Cos’è la profilassi antitrombotica?

Dopo un intervento chirurgico il rischio che si formi un coagulo nelle vene, soprattutto delle gambe, aumenta: è la trombosi venosa profonda. Se il coagulo si stacca e raggiunge i polmoni si ha l’embolia polmonare, che può essere molto grave.

Per ridurre questo rischio i medici dispongono una profilassi, cioè un insieme di misure preventive. Le linee guida delle società scientifiche indicano di valutare per ogni paziente sia il rischio trombotico sia quello emorragico, e di scegliere di conseguenza tra farmaci anticoagulanti, mezzi meccanici e mobilizzazione precoce, stabilendo anche per quanto tempo proseguire. Il tipo di intervento, l’età, il peso, la durata dell’immobilità e le malattie del paziente incidono su queste scelte.

Non tutti i pazienti hanno lo stesso rischio: un intervento breve in una persona giovane che cammina subito dopo è diverso da un intervento lungo in una persona anziana costretta a letto per giorni. Una valutazione attenta serve, per esempio, nei pazienti con obesità grave sottoposti a chirurgia bariatrica.

Quando la mancata profilassi è un errore?

Il medico deve attenersi alle raccomandazioni delle linee guida, adattate al caso concreto, e in mancanza alle buone pratiche clinico-assistenziali (art. 5 della legge 24/2017). Quanto pesano le linee guida è spiegato nell’articolo su linee guida e buone pratiche. Le situazioni contestate più spesso sono:

  • nessuna valutazione del rischio documentata in cartella;
  • profilassi omessa in un paziente che, secondo le linee guida, ne aveva bisogno;
  • dosi o durata inadeguate, ad esempio una profilassi sospesa alla dimissione quando andava proseguita;
  • sintomi sottovalutati, come gonfiore o dolore a una gamba, affanno o dolore al petto.

La sospensione dei farmaci anticoagulanti è a volte una scelta corretta, ad esempio quando il rischio di sanguinamento è alto: per questo la valutazione va sempre fatta sul caso concreto. Il rischio opposto, cioè il sanguinamento, è trattato nell’articolo sull’emorragia dopo l’intervento; gli errori di dosaggio dei farmaci rientrano negli errori nella terapia farmacologica.

Chi risponde?

La struttura sanitaria risponde a titolo contrattuale delle omissioni dei medici e degli infermieri di cui si avvale. Il chirurgo e i medici di reparto prescrivono la profilassi; gli infermieri somministrano i farmaci, applicano i mezzi meccanici, aiutano la mobilizzazione e devono segnalare i sintomi. Il ruolo del personale infermieristico è approfondito nell’articolo sulla responsabilità dell’infermiere.

Quando la profilassi deve proseguire a casa, la lettera di dimissione deve indicarlo con chiarezza: farmaco, dose e durata. Se le indicazioni sono chiare ma non vengono seguite nel passaggio al territorio, può venire in rilievo anche il ruolo del medico curante, descritto nell’articolo sulla responsabilità del medico di base.

Anche le informazioni date al paziente fanno parte della prevenzione: alla dimissione deve sapere quali segni devono indurlo a rivolgersi subito a un medico.

Come si prova il collegamento con il danno?

Quando l’errore è un’omissione, bisogna chiedersi cosa sarebbe accaduto con una profilassi corretta. La profilassi riduce il rischio ma non lo azzera: il consulente medico-legale deve stabilire se, più probabilmente che no, avrebbe evitato la trombosi o ne avrebbe ridotto le conseguenze.

Nella pratica il consulente confronta ciò che risulta dalla cartella con ciò che le linee guida raccomandavano per quel tipo di intervento e di paziente. Secondo l’orientamento della Cassazione, le lacune della cartella clinica non possono andare a danno del paziente.

Il paziente deve provare questo collegamento; la struttura deve poi dimostrare di aver fatto tutto ciò che era richiesto o che l’evento dipendeva da una causa imprevedibile e inevitabile. Se il collegamento non raggiunge questa soglia ma l’omissione ha tolto una possibilità concreta e seria di evitare il danno, può essere risarcita la perdita di quella possibilità.

Cosa fare in caso di trombosi o embolia dopo un intervento?

  1. Chiedi la cartella clinica completa, con la scheda di terapia, il diario infermieristico e la lettera di dimissione.
  2. Verifica cosa risulta: valutazione del rischio, farmaci somministrati, calze, mobilizzazione, indicazioni per casa.
  3. Conserva le prescrizioni ricevute alla dimissione e la prova dei farmaci acquistati.
  4. Fai valutare il caso da un medico legale insieme a un medico della disciplina interessata.

Se l’embolia ha causato la morte del paziente, i diritti dei familiari sono spiegati nell’articolo sul risarcimento ai familiari.

Domande frequenti

Ho fatto le punture di eparina e ho avuto comunque una trombosi: c’è responsabilità?

Non necessariamente. La profilassi riduce il rischio ma non lo elimina. Bisogna verificare se dose, durata e misure associate erano adeguate al rischio e se i sintomi sono stati riconosciuti in tempo.

Alla dimissione nessuno mi ha detto di continuare la profilassi: è un errore?

Può esserlo, se le linee guida indicavano di proseguirla per quel tipo di intervento e di paziente. Conta cosa è scritto nella lettera di dimissione.

Le calze elastiche bastano come profilassi?

Dipende dal rischio del singolo paziente, valutato dai medici. Sul piano giuridico conta che la scelta sia motivata e documentata in cartella.

Ogni caso richiede l’esame della cartella clinica e un parere medico-legale. Per una prima valutazione è possibile contattare lo studio a Palermo o a Mussomeli.

Assistenza legale

Ogni caso ha le sue particolarità

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